I primi perché che ho individuato sono quelli che trovi qui di seguito.
Per costruire una nuova luogocezione del mondo. Io non so nemmeno se questa parola esista o se sia un neologismo scaturito dalla lettura del libro "L'educazione incidentale" di Colin Ward. Tuttavia, se la propriocezione è la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio, la luogocezione potrebbe essere la capacità di percepire e riconoscere i luoghi del mondo in cui può muoversi il nostro corpo, dagli spazi del quotidiano a quelli dei momenti extra-ordinari, fino a quelli in cui sogniamo di poter andare. Nell'era di Google Maps, della scomparsa delle mappe cartacee su cui la mia generazione ha fantasticato per interi pomeriggi o notti, le cartoline possono tornare a raccontarci dove si spostano o dove vivono le persone con cui siamo in contatto, dandoci una nuova percezione degli spazi in cui potrebbe essere normale muoverci, se non il suggerimento per un viaggio, per una ricerca, per un volo di fantasia.
Per ri-materializzare un mondo che con la smaterializzazione legata all'evoluzione di internet e dell'information technology ci sta privando di supporti fisici cui ancorare i ricordi. Non stampiamo più (o quasi più) le foto che scattiamo, i biglietti di concerti, spettacoli e film sono ridotti a QR-code o ad anonimi pdf, la nostra posta non è più cartacea, se non quando arriva una bolletta o una multa. Insomma, il rischio è che con tutta questa dematerializzazione e con le difficoltà d'accesso a molti documenti che avremo in futuro (si pensi ai file ormai illeggibili salvati sui floppy-disk o ai filmati intrappolati in nastri e cassette che non sappiamo più leggere) gli appigli per la memoria siano sempre di meno, fino a scomparire del tutto. Potrebbe non esserci più qualcosa da tenere in mano, da toccare, annusare, rigirare facendo muovere nella nostra testa quel qualcosa che ci riporta a giorni o momenti apparentemente dimenticati. Una cartolina, al contrario, mentre sta nelle nostre mani ci apre un mondo fatto di persone, momenti, date, stagioni, eventi, domande, risposte e chissà cos'altro. Il solo osservare i francobolli ci sblocca ricordi o ci invita alla visita. A me è successo con i vecchi francobolli con l'importo indicato in lire e con quelli nuovissimi che celebrano un orto botanico che non ho mai visitato. E a mie spese ho scoperto una me stesso diciannovenne non proprio coerente con i miei valori etici. Grazie ad una cartolina.
Per testimoniare una relazione. Non si invia una cartolina a una persona qualsiasi. Si deve conoscere il suo nome e il suo indirizzo. E questo richiede un qualche livello di relazione. Si deve trovare la cartolina, operazione non sempre semplice, e un francobollo, oggetto ancor più introvabile. Si deve avere un qualcosa per scrivere, una superficie d'appoggio, un'idea, una volontà. Si deve avere una speranza: quella che in un mondo che ormai bistratta le cartoline, proprio la nostra arrivi a destinazione. No, non lo si fa per caso: lo si fa per quella persona, per ciò che significa, per la relazione che ci lega proprio a quell'essere umano, qualsiasi sia la connessione che ci unisce. La cartolina certificherà questa relazione, oggi come domani.
Per sollecitare la nostra natura di animali narranti. Sì, per quanto ne sappiamo il pensiero simbolico e articolato, la nostra capacità di raccontare storie, rendono peculiari quei mammiferi che siamo, gli Homo sapiens che hanno elaborato la capacità di dare un nome a se stessi e agli essere viventi che li circondano. Una cartolina è una piccola narrazione che rimane nel tempo sollecitando altre narrazioni. Inviarla è una piccola retro-innovazione sostegno di questa nostra caratteristica.
Per sostenere le nostre abilità di scrittura manuale. In un'epoca in cui più che scrivere digitiamo, sia su touch-screen sia su tastiere, quando addirittura non dettiamo le nostre parole a uno strumento che le traduce in un testo a video, inviare una cartolina è un'occasione per sostenere la nostra capacità di scrivere, l'insieme delle abilità motorie e la coordinazione oculo-manuale che, insieme alle nostre capacità cognitive, ci permettono di tracciare quei segni intellegibili ad altri che costituiscono la scrittura.

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